Morire di razzismo

Chimiary

Emmanuel e Chimiary

Una lettera scritta a mano per Chimiary, la moglie di Emmanuel, il ragazzo nigeriamo ucciso dal razzismo e dall’ignoranza. In una tranquilla cittadina delle Marche, un posto qualsiasi, di cui è piena l’Italia, di cui è pieno il mondo.
Non riuscivo a credere che una cosa tanto orribile fosse successa così vicino. Tendiamo a credere che sia il male a venire da lontano per disturbarci nella nostra bambagia. Questo dimostra invece quanto sia sbagliato (e pericoloso!) generalizzare.
“Caro Don Vinicio, scrivo a lei sperando possa far avere questa mia lettera a Chimiary.
Ma prima di salutarla, voglio ringraziarla per quello che fate, per il vostro impegno, per la speranza che date. Il cuore (buono) delle persone è la risorsa più grande che abbiamo, per costruire un mondo giusto. L’esempio è lo strumento per attuare giorno dopo giorno il cambiamento culturale che mai come oggi, e troppo spesso, si mostra urgentemente necessario.
Non leggerà di Dio, del suo disegno, della forza che può dare, perchè sono cose che non mi appartengono. Ma è proprio in nome di quell’accettazione e di quell’apertura che dobbiamo ogni giorno dimostrare e praticare, che sono qui, al di là di qualsiasi credo, colore, provenienza, a dirle Grazie.

Cara Chimiary, con il petto stretto in una morsa e il cuore gonfio di dolore e vergogna e sconcerto, voglio scriverti queste righe, come fossero un abbraccio forte e dato con amore.
Nulla è il mio dolore in confronto al tuo strazio. Sottile la vergogna con cui mi avvicino a questo foglio, per questa mia vita così facile, così serena, così bella, in confronto alla tua. Grande lo sconcerto che provo di fronte a tanta crudeltà e ignoranza.
Ma voglio che tu sappia, piccola Chimiary, che non è tutto così. Non c’è solo dolore e cattiveria e solitudine, intorno. C’è amore, accoglienza, comprensione, empatia. Lo sai, perchè ne hai incontrate di persone belle, in mezzo a tanto orrore. E allora non arrenderti Chimiary. Un mondo migliore dipende anche da noi. L’amore e l’accettazione che pratichiamo ogni giorno possono fare tanto, goccia dopo goccia, per costruire un luogo in cui tutti possano sentirsi a casa, anche se ‘casa’, quella vera, è lontana e nessuno potrà mai strapparla dal cuore. Ti penso Chimiary, in continuazione; mi chiedo se ti senti sola, se hai vicino qualcuno che ti abbraccia, che con una carezza ti asciuga le lacrime dal viso, e con lo stesso gesto prova ad alleviare quel grande peso sul cuore. Forza, forza Chimiary! Che l’orrore di questa tua vita possa trasformarsi in un messaggio di speranza, in un grido capace di scavare nei cuori delle persone, in un racconto ripetuto ai giovani, ai bambini, a tutte quelle persone che oggi iniziano a costruire il mondo di domani. Che possa questo tremendo momento avvicinarci alla possibilità di un futuro più buono, più giusto.
Io farò di tutto per crescere il mio bambino nell’accoglienza e nell’uguaglianza. Gli insegnerò a guardare nei cuori e negli occhi delle persone, in quello che c’è dentro anzichè ciò che c’è fuori. Gli insegnerò che casa è dove trovi amore e speranza, e tutti hanno il diritto di cercarne una. Gli insegnerò che il valore della vita è lo stesso per tutti quelli che alla vita danno un valore, e che ognuno ha il diritto di salvarsi, ovunque esso sia, dovunque vada. Che non è compito degli altri, ma che dipende anche da lui. E che il mondo non si cambia solo con gli eventi eclatanti, ma con i piccoli gesti di ogni giorno. Glielo avrei insegnato comunque, ma da oggi ho una promessa da mantenere, perchè questo mio impegno lo prometto a te.
Ti abbraccio forte Chimiary.

PS. ci sono dei semi, in questa busta, affinchè tu possa coltivare, insieme alla speranza, anche dei fiori per il tuo Emmanuel”

Aggiornamento: dopo aver scritto questa lettera sono andata a comprare il francobollo per spedirla ma con sorpresa mi hanno detto in tabaccheria che li hanno finiti. Nelle ore a seguire poi ci sono state diverse novità sul caso, notizie diverse si sono accavallate, così come le versioni e le testimonianze. Nell’attesa di capirci qualcosa di più, sono partita per le vacanze e la lettera è rimasta in borsa. Non l’ho più spedita. Mi sto ancora chiedendo se mi sia semplicemente fatta guidare dal non aver trovato i francobolli come fosse un segno del destino, o se in qualche modo non mi ritrovavo più in quello che c’era scritto, avendolo fatto basandomi su un racconto della situazione che poi si è rivelato solo una ‘versione’ della realtà. La lettera è ancora in borsa, ma qui ho voluto lasciarla, perchè alla fine del tutto, comunque siano andate in verità le cose, restano sul tavolo due cose:

  1. Tutta la situazione è nata da un’offesa, da un insulto sputato in faccia ad una persona. Un insulto, quando parte, ha insito in sè l’obiettivo della provocazione. Ti offendo per ferirti, per avere da te una reazione. E la reazione è arrivata. Al di là delle colpe, è la differenza tra causa ed effetto che dovremmo imparare a riconoscere. E mi chiedo quale uomo non avrebbe provato a difendere la sua donna di fronte ad un insulto gratuito.
  2. La violenza non è mai la risposta. Che sia verbale o fisica. Le conseguenze le abbiamo viste. Al di là delle motivazioni, della ragione e delle presunzioni di innocenza o colpevolezza.

 

 

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