Ciao ciao tetta (e addio tette!)

smettere-allattare

Il latte della buonanotte

Ho smesso di allattare. Dopo 1 anno, 286 giorni , 4 ore e 20 minuti, più o meno. Dal momento in cui è nato fino al 28 dicembre 2016.
Per scelta. Così come per scelta, e pianti e fatica e incazzature, e litigate con consiglieri inopportuni e scoramenti, ho deciso di allattare Enea in maniera esclusiva. E adesso la dico grossa: non mi manca. Forse perchè so di aver fatto del mio meglio e aver dato tutta me stessa. E sono diverse le cose che ho capito. Ma qui parliamo di come ho smesso, non facciamo digressioni.

Come ho fatto a smettere di allattare.

Il nostro è stato un processo graduale. L’ho allattato esclusivamente e a richiesta fino allo svezzamento, iniziato a 6 mesi precisi. (Poi è iniziata la solfa del “Ma lo allatti ancora?!“)
Ho continuato poi ad allattarlo al di fuori del pranzo e della cena, fino al mio rientro al lavoro, a quasi 10 mesi di Enea. E’ stato allora che al latte abbiamo iniziato a sostituire yogurt, frutta, biscotti per merenda. Ammetto di aver provato a lasciargli il mio latte tirato, ma come già sapevamo, l’ha sempre rifiutato, insieme a tutto ciò che era biberon, ciuccio &co.

Sempre in quel periodo, visto il cambio di abitudini a cui andavamo incontro, ho iniziato ad abituarlo a non usare piu il seno per addormentarsi. Eravamo comunque noi tre, lui, il latte ed io, ma quando iniziava a scivolare nel sonno, lo staccavo piano. Ce n’è voluta, eh! Spesso si risvegliava e piangeva finchè non lo ritrovava. Ma con molta pazienza (in realtà non sempre, ehm…) e senza fretta, nel giro di poco l’ha accettato, chiedendo addirittura lui, dopo pochi mesi, di andare nel lettino per addormentarsi, quando ormai era strarilassato (e di come il terremoto abbia rotto questo idillio, ve lo racconterò!).

Pian piano, poi, abbiamo iniziato a farlo addormentare dal papà, a volte. La prima prova è stata fatta intorno a Natale 2015, la prima sera che sono uscita a cena senza di lui. Del mio latte tirato al solito non ne ha voluto sapere, e quindi il papà è andato di santa pazienza (lui sì che ce l’ha) e ostinazione, e anche quello scoglio l’abbiamo superato. Da lì, quando non potevo andare io, lo addormentava il papà, e si è abituato. Con qualche pianto, ma senza scene drammatiche e traumatiche, ecco! (Ché i cambiamenti non piacciono a noi adulti, figuriamoci a loro!). E oggi, chi di noi due può, lo addormenta.
Fino ad un anno siamo andati avanti con i suoi risvegli notturni per il latte, ogni 3/4 ore, ma senza più addormentarsi attaccato. Poi ho iniziato a togliere le poppate notturne, avendo ripreso a lavorare a tempo pieno, e sarebbe andato tutto anche abbastanza bene, se non fosse stato per il simpatico vizietto che aveva preso: potete leggere qui il mio sfogo con un’altra mamma blogger. I primissimi giorni di questo nuovo step li abbiamo affrontati facendo spostare il papà nel lato del letto di fianco al lettino di Enea, e quando si svegliava la notte lo prendeva lui, dicendogli che il latte di mamma non c’era (e io rimanevo nel buio). Non so se sentirmi scema o meno, ma i giorni precedenti avevo iniziato a dire ad Enea quello che sarebbe successo, che il latte la notte non si prendeva più e che svegliandosi avrebbe trovato il papà. Anche qui, dopo qualche giorno di santa pazienza e ostinazione, quello scoglio l’abbiamo superato senza troppi drammi.

A marzo eravamo quindi con poppata mattutina, merenda al mio rientro dal lavoro e poppata serale (più qualche varia ed eventuale a seconda delle circostanze). Con l’estate abbiamo iniziato a togliere la poppata serale, solito metodo di parlargli, dirgli no, e abbracciarlo e coccolarlo e dopo l’estate anche la merenda del pomeriggio (che l’orario al lavoro non lo permetteva più). Siamo quindi andati avanti per qualche altro mese con la sola poppata mattutina, fissa ale 6.30 cascasse il mondo!

Poi ho notato che qualche mattina, anche se rara, si svegliava e non chiedeva latte. Se aveva modo di distrarsi con qualcosa gli passava di mente e poi non lo chiedeva più per tutto il giorno. Così quando dopo Natale ha fatto una doppietta di mattine senza chiederlo, abbiamo deciso di sfruttare le vacanze per smettere. Le due mattine successive si è svegliato chiedendolo, e quando gli spiegavo che no, il latte ora si beveva solo nel bicchiere, lanciava un grido di disperazione profonda “Noooooooooo, latteeeeeee”, ma si lasciava comunque distrarre e consolare senza troppa fatica, tanto che i giorni successivi provava a chiederlo e quando gli ricordavo che il latte no, non c’era più, mi si accoccolava addosso accarezzandomi il viso e si riaddormentava nel letto con noi. Massimo una settimana e non lo ha chiesto più.

Mi aspettavo di essere triste, di sentirne la mancanza, di dovermi abituare, e invece no. Sono serena, non mi manca e anche Enea è tranquillo, quindi credo fosse arrivato il nostro momento. Sinceramente non so se ho usato il metodo giusto, se ho fatto bene, etc, etc, ma in questi mesi da genitore mi sono imbattuta in talmente tante teorie che dicevano tutto e il contrario di tutto, che ho imparato a prendere il meglio di tutte e farmene una mia, provando a fare del mio meglio e senza nascondermi dietro il dito dell’istinto materno (che non ci acchiappa mica sempre, da solo!).

Quello che mi resta è la soddisfazione di esserci riuscita, alla faccia di tutti quelli che già a un giorno di vita di Enea mi dicevano ‘non hai latte’. Tiè! Ce l’avevo. E ho fatto quello che sentivo io, non loro. Che certi argomenti sono talmente delicati e personali, e le esperienze e i bambini diversi tra loro, che prima di parlare spesso tocca mordersi la lingua. Nel mio caso ce l’ho fatta, ma non è stata fortuna, come mi son sentita dire per mesi; se devo rigraziare qualcosa, quella è la tigna.

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