È solo questione di impegno e di esempio

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Pranzo al ristorante: esempio di gioia sotto Carnevale

Farsi esempio, con tutto l’impegno che ne consegue. Credo sia una delle cose più importanti e al tempo stesso più difficili per un genitore.
Importanti da capire, perché è alla base della nostra impronta educativa; difficili da mettere in pratica, perché la stanchezza, la fretta e spesso l’abitudine ci rendono ‘cattivi’ esempi ogni giorno.
Ma diventare genitori è anche la più grande occasione che abbiamo per migliorare noi stessi. È (solo) questione di mettere in pratica alcune semplici regole.

Nascere mamma mi ha fatto riscoprire il sorridere, da musona che ero; mi ha fatto scoprire l’importanza dei gesti e delle parole, da lanciatrice di frecciatine che ero. Mi ha fatto capire che l’impegno e la fatica vengono in qualche modo ripagati, io che spesso delegavo ad altri la responsabilità dei miei fallimenti. Quando poi abbiamo iniziato a scoprire cose di Enea che non ci sembrava di avergli mai detto o insegnato, ci siamo resi conto che il suo primo istinto era l’imitazione. Ci siamo scoperti esempio. Nel bene e nel male.

Un esempio che è più evidente nelle azioni di tutti i giorni, molto meno per quanto riguarda l’essenza. Un bambino non impara da noi genitori solo come si fanno le cose, impara anche come si reagisce alle cose e come si affronta la vita. Nella sua unicità di carattere e persona, il modo in cui noi viviamo e ci approcciamo a lui, andrà inevitabilmente a costruire un pezzo del suo Io. Al tempo stesso, il modo in cui noi agiamo sarà determinante per l’immagine che lui si costruirà di noi.
Non diventeremo genitori credibili perché lo decidiamo noi. Lo diventeremo se siamo per primi lo specchio di quello che diciamo.

Un giorno ho letto su un blog il commento di una ragazza, non ancora mamma, che si accaniva con una ferocia incomprensibile verso quelle mamme che, solo per aver partorito, si sentivano persone migliori. Ecco, capirete che mi sono sentita chiamata in causa, perché in questo mio diario racconto le mie esperienze di mamma, ma soprattutto di come io cresca ogni giorno insieme ad Enea.
Certamente la maternità non ti dà il lasciapassare per la perfezione, e certamente non è l’unica esperienza ‘sconvolgente’ della vita. Il punto è che della propria vita, e delle esperienze che si vivono, ognuno può farne quello che vuole. Quando hai un figlio, la tua vita condiziona inevitabilmente la sua, e la differenza è che lui non ha gli strumenti per giudicare o capire se quello che stai costruendo per lui sia giusto o sbagliato. Sono questi, credo, il grande impegno e l’immensa responsabilità che accettiamo una volta diventati genitori. Non è questione di aura magica, è questione che se ti ci fermi a riflettere, hai una caxxo di cosa enorme sulle spalle.
E identica cosa vale per chi sceglie di lavorare con quelle stesse categorie che non possono difendersi dagli errori, i bambini, gli invalidi e i malati gravi. Io le ammiro, queste persone, quando sanno e vogliono fare bene il loro lavoro. Perché è una missione.

Tornando al nostro esempio, è sulla base di queste riflessioni che cerco (e non sempre riesco) di:

  • Trattare le persone, e Enea stesso, con gentilezza.
  • Prenderci i nostri spazi, in modo che Enea capisca l’unicità di ogni persona e il bisogno di realizzarsi e stare bene con se stessi, per non ritrovarsi poi frustrati e cattivi
  • Dividere le incombenze familiari, affinché Enea non cresca con l’idea che “le femmine fanno le faccende e i maschi no” o che “papà aiuta mamma” o “ai figli pensano le madri”, perché in una famiglia è normale che tutti si occupino più o meno di tutto, in base a quello che serve quando serve.
  • Dedicare tempo alle cose che Enea ama fare o scoprire e dare ascolto a quello che ha da dire.
  • Cercare sempre il lato positivo, il bello che c’è in qualcosa, il valore che ne ho tratto, anche se non era in quel determinato modo che mi aspettavo o volevo andasse.
  • Non giudicare la vita degli altri; prima ero molto più criticona, ora capisco meglio le difficoltà e le pieghe che si creano nella vita delle persone.
  • Evitare le persone ‘brutte’, quelle che non portano valore, sempre negative, distaccate dalla realtà e che non vedono oltre il loro naso.
  • Perdonare chi mi ha fatto del male. Portare rancore serve solo a sporcare il nostro sentire quotidiano. Non ne vale la pena.
  • Praticare, con una fatica immane, l’empatia, mettermi nei panni di chi ho davanti e non aggredirlo d’istinto.
  • Evitare la polemica e cercare di risolvere le discussioni parlando, spiegando come mi sento e cosa mi aspetto.
  • Evitare di scadere nei luoghi comuni e nelle frasi fatte che si sentono in giro ogni volta che si parla di religione, cultura o problematiche sociali. Della serie “Salvini con me non attacca”, per capirci.

L’equivoco alla base di tutto sta nel credere che ciò che è diverso sia sbagliato. Ma è nel giudizio verso gli altri che abbiamo come metro noi stessi: la cattiveria, la rigidità, la chiusura nel giudicare esperienze diverse da quelle dentro la nostra zona di comfort, non sono altro che lo specchio di come viviamo il nostro mondo. Se viviamo bene e ricerchiamo la felicità, non abbiamo bisogno di dimostrarlo a dispetto degli altri e siamo meno disposti a litigare, perché quella felicità non vogliamo proprio rovinarla per certe stupiderie.

E poi diciamocelo, stiamo crescendo un uomo, è una responsabilità mica da niente!

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