Il nostro primo pronto soccorso

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Un po’ di colla, un cerotto e via!

Quando vedo una chiamata dall’asilo, ci sono 2 cose , in serie, che di solito penso:

  1. Caxxo si è ammalato, avrò ancora le ferie? A chi lo lascio? Ma perché non gli ho fatto ancora conoscere la babysitter!?!
  2. Oddio, che è successo? Speriamo non sia niente di grave!

Poi succede che rispondo e mi dicono che Enea è caduto sbattendo su una sedia e si è tagliato sotto al mento. Che non è niente, devo stare tranquilla, ma se lo faccio vedere un attimo al pronto soccorso, staremo tutti più tranquilli. E allora parto verso quelli che, sì ok devo stare tranquilla, ma sono i 30 km più lunghi della mia vita (quelli da casa all’ospedale, dopo che mi si sono rotte le acque, sono sembrati più corti solo perché erano la metà!). Arrivo all’asilo e devo fermarmi un attimo, respirare, calmarmi e ricordarmi che qualunque cosa sia accaduta, la sua visione del mondo è lo specchio del mio sguardo.
E sono entrata, accogliendolo al suono di ‘Sorpresa, guarda chi è venuto a prenderti oggi!’ e rispondendo al suo “Mamma bua, pui” (‘qui’, ndr) con un “Uh, mannaggia, ti sei fatto male! Adesso facciamo guarire questa bua!”. L’ho abbracciato forte e siamo saliti in macchina, mentre gli spiegavo che saremmo andati dal dottore, per vedere se la bua stava bene o doveva curarla.

In macchina si è addormentato, e ha continuato a dormire in braccio a me fintanto che abbiamo fatto la fila. Suo nonno (mio padre) è stato con noi, che me lo sono ritrovato davanti all’asilo che voleva sapere, voleva vedere, voleva esserci. Quando è stato il nostro turno è iniziata la parte difficile. Appena l’ho steso sul lettino si è svegliato, aveva puntata addosso la classica lampada da visita e intorno 3 operatori. Ha iniziato a piangere, come dargli torto, e mentre io cercavo di rassicurarlo parlandogli e accarezzandolo, gli hanno avvolto le braccia in un telo per non farlo muovere e gli hanno medicato la ferita mettendogli della ‘colla’. Che io sì, ero abituata ai punti, o alle graffette, ma ‘sta roba della colla è stata proprio una novità. Giusto il tempo di applicare il cerotto e già Enea era tornato in sé, rivendicando che gli venisse ridata indietro la libertà di muovere le braccia.

Resta il fatto che quei 30 secondi in cui lui piangeva e l’infermiere lo medicava, il mio cuore era piccolo piccolo, e giusto un filino di forza passava, quanto bastava per non perdere la calma e continuare ad essere positiva e rassicurante. Poi è stato il momento degli abbracci e delle coccole. Ci siamo fermati al banco delle dimissioni e coinvolgendolo nel racconto delle cose che accadevano intorno a noi, pian piano le lacrime si sono asciugate e sono tornati i sorrisi.

Quei meravigliosi sorrisi che solo tu sai fare e chissà da chi hai preso, che né io né tuo padre siamo così!
Un paio delle tue occhiate furbette e già eri diventato l’attrazione delle infermiere, tanto che ti sei guadagnato anche una macchinina rossa fiammante come premio! Alla fine ne siamo usciti sereni, con te tutto contento di far vedere al nonno il tuo bottino. Tornando al lavoro ho pensato che se avevi affrontato così bene il tuo primo pronto soccorso, era perché forse non ti avevamo fatto sentire il peso o la gravità della cosa, che in onor del vero non era affatto pesante e grave. Hai avuto i tuoi 2 minuti di paura e pianto, ma poi haI ritrovato intorno a te positività, gioia e curiosità, e nell’innocenza dei tuoi 20 mesi devi aver pensato che è normale così, non piangersi addosso oltre il dovuto, non fare una tragedia di un piccolo incidente, sentirti amato e accolto anche senza ansia ed esagerazioni.

Non so se poi porterà a qualcosa di buono, ma so che avremmo potuto vivere quest’esperienza in un milione di modi possibili, e l’abbiamo vissuta nel modo migliore che siamo riusciti a fare. Perché se è vero che molto spesso non possiamo dominare gli eventi, restiamo pur sempre padroni del modo in cui affrontarli. Poi per carità, io ho avuto la fortuna di non vivere drammi o traumi importanti, nella mia vita, almeno non ancora, ma ne ho passati di momenti bui, e dopo la necessaria disperazione, sono riuscita a risollevarmi e andare avanti, facendo del mio meglio con quello che avevo per le mani. E ad ogni caduta ero un po’ più pronta, più sicura, più veloce nel rimettermi in piedi. E ho capito che forse anche la positività e la resilienza, alla fine, sono questione di educazione.

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