Il nostro terremoto

Da noi la terra trema. Ci siamo cresciuti col terremoto. In questi miei primi quasi 40 anni ne ho memoria di 2-3, di volte in cui lo sciame sismico è durato a lungo ed è stato accompagnato da forti scosse.

Terremoto

La nostra legnaia

La prima volta avevo nemmeno 20 anni, facevo il quarto liceo.
Era il 26 settembre 1997, il mio ‘battesimo’ della Terra.
La scossa più forte l’ho presa in macchina, non l’ho sentita, ma le altre le ho ‘prese’ tutte. Una nel letto, la notte precedente la scossa principale, quella che ha fatto vittime. Una a scuola, qualche mese dopo; un’altra a casa, durante la benedizione di Pasqua, prigioniera della varicella.
La seconda volta ero a Fermo. Ci ha svegliati, non finiva più. Ci siamo detti “speriamo che l’epicentro sia qui, perché se è più lontano, ha fatto un casino”.
Era il 6 aprile 2009, e L’Aquila non c’era più.
La terza volta ero a casa mia, la mia casa da ‘grande’, con il mio compagno e nostro figlio. Dopo la prima scossa abbiamo messo Cipollino a letto con noi e abbiamo provato a riaddormentarci. Dopo la seconda, era chiaro che la notte per noi finiva lì.
Era il 24 agosto 2016 e per Amatrice e altri borghi la notte non sarebbe finita più.

Pensavamo, speravamo, di esserne fuori, e invece è accaduto di nuovo, il 26 ottobre 2016. Una manciata di giorni fa. Ero a casa da sola con Cipollino. Durante la prima scossa, sotto la porta d’ingresso gli dicevo: ‘Ora passa, ora finisce’, stringendomelo addosso e coprendogli la testa con la mano (come se servisse, come se bastasse, una mano).
Lui stava lì, buono buono, abbracciato a me, fermo come non mai. Qualcosa non doveva sembrare normale nemmeno a lui, nel suo piccolo anno e mezzo di vita.
Poi ho provato a fare finta di niente, mangiato, messo il pigiama. Tempo pochi minuti ed eravamo di nuovo al piano di sotto. ‘Stasera, cucciolo, aspettiamo qui che torni papà’, e me lo sono abbracciato, sul divano, ‘concedendogli’ il suo cartone animato preferito per tenerlo vicino, a portata di mano. Ero in attesa. Lo eravamo un po’ tutti, per fortuna. Un terremoto forte in quel modo non viene mai da solo.
Erano le 21.18 quando non cè stato nemmeno il tempo per un ‘eccolo’, che era chiaro da subito che non c’era tempo da perdere, che la situazione era grave. E mi son trovata davanti alla porta di casa, con Cipollino su un braccio e il telefono nell’altra, a cercare invano di aprire quella porta che si muoveva tra le mie mani; e quando piove ce ne vogliono due, di mani; è di legno, vecchia, e si gonfia con l’umidità.
Ad un certo punto Enea ha iniziato a piangere, aggrappato al mio collo.
Il tavolo era a pochi metri, già libero dalle sedie e pronto ad accoglierci, ma non mi sono fidata. Non mi sono fidata di casa mia, e ho fatto la cosa che non andrebbe mai fatta. Sono riuscita ad aprire la porta e sono uscita.
Scalza, sotto la pioggia, con i piedi nella terra. Ancora tremava tutto, un uomo che urlava, giù nel vicolo. Guardavo il cielo, guardavo intorno, cercavo un appiglio per le mie domande, un rifugio alle mie paure.
Poi la terra ha smesso di muoversi, la ragazza che ci abita vicino è uscita. ‘Come stai?’.
Non eravamo più soli.

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