E’ solo questione di onestà e coerenza

Dicevamo in uno dei precedenti post che quando si diventa mamma si migliora, anche nel lavoro. E che è possibile farlo solo riflettendo su alcune cose, come onestà e coerenza, responsabilità e colpe, atteggiamento mentale, apertura, accoglienza, impegno ed esempio.

Onesta

Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere

Oggi voglio riflettere sull’onestà e la coerenza, partendo dall’immagine che ognuno ha di sè, nel lavoro, nella vita, nella maternità. Se sei abbastanza ‘guzzo’ da averla, certo. Succede che quest’immagine poi, alle prese con la realtà, cade miseramente e la cosa più difficile in quel momento è essere onesti con se stessi e ammettere che qualcosa non va come volevamo. E incazzarci, per questo. Perchè se questa ammissione non provoca alcuna emozione, serve a poco. Ci vuole emozione per avere la motivazione a fare qualcosa. E a quel punto ci tocca analizzarci bene e riflettere sul cosa siamo rispetto a quello che credevamo, volevamo essere. Poi possiamo anche cambiare idea (e per fortuna, direi!), ma è una cosa che accade dopo. Se accade subito è solo convenienza. Perchè rimboccarsi le maniche, mettersi in discussione e iniziare ad andare verso quello che vogliamo essere, è certamente più difficile.

Ho vissuto una maternità perfetta, in cui ho smesso di fumare e bere senza alcuna fatica, nessun alimento proibito, lavorato fino all’ottavo mese, passeggiate in pausa pranzo, yoga 2 volte a settimana e sabato mattina in piscina. Poi è arrivato Cipollino, con quindici giorni di anticipo. Dopo soli 15 giorni di maternità, passati a preparare tutto ciò che non ero ancora riuscita a fare, per l’ospedale, per la cameretta, per me. E facendo le ultime sistemazioni alla cucina, che avevamo appena finito di ristrutturare. L’idea che avevo di me in quel momento era quella di una mamma amorevole e dolce e paziente, moderna e montessoriana e blablabla, piena di certezze tratte dai corsi preparto, dai libri alla Hogg, dalle migliaia di articoli sulla genitorialità letti ovunque.

Enea ha deciso di nascere esattamente nel momento in cui ho iniziato a rilassarmi. Camicia da notte per il parto pronta, infilata in valigia alle 11 di sera, vado a letto e dico al mio compagno “Ho chiuso la valigia, sembra tutto così vero adesso. Per fortuna da domani posso rilassarmi e prepararmi finalmente a diventare mamma.” Alle 5 del mattino invece ho rotto le acque. E alle 2.10 del mattino dopo Enea era con noi. PANICO. Cipollino di giorno non dormiva più di mezz’ora di fila, e quando era sveglio voleva me, lì; non bastava che gli parlassi e cantassi volteggiando da una stanza all’altra tra pulizie e faccende e pasti da preparare. No. Mi voleva lì. E io crisi. La donna dalle mille e una faccenda inchiodata alle dipendenze di 50 cm di sorrisi e pianti, vagiti e urla. Notti di sconfitte in cui il mio nervosismo contagiava a tal punto Enea da doverlo ‘cedere’ al padre che lo addormentava in pochi minuti.
Dopo 2 mesi di baby-blues e frustrazione ho capito che stavo perdendo settimane preziose di gioia e spensieratezza con il mio piccoletto. E che era tutta questione di 2 cose: aspettative e resilienza.

Se hai una visione della tua vita e hai un’idea di come realizzarla, è normale avere delle aspettative, perchè sono gli strumenti che ci dicono cosa dobbiamo fare ed essere per arrivarci.
Ma le aspettative devono essere realistiche.
Devono essere realistiche.
Realistiche.

Io avevo delle aspettative altissime (e impossibili, tutte insieme): mamma dolce, paziente, e indipendente, mai nervosa, senza sonno ma felice, trucco parrucco e abiti perfetti, amante ritrovata e appassionata, casa linda e manicaretti a cena.
Volete sapere la realtà?
Scleravo ogni due per tre, a volte avevo anche paura di me stessa, amavo profondamente mio figlio ma ancora non lo sapevo, e non tolleravo l’essere in balia dei suoi orari e umori. Quando riuscivo a truccarmi o vestirmi carina era perchè lo avevo lasciato lamentarsi nella sdraietta, un’infiammazione da parto durata per mesi avevano allungato infinitamente il puerperio e la mia passione per la cucina era andata definitivamente a farsi benedire.

Poi ho capito.
Che dobbiamo pretendere meno da noi stesse, che non possiamo essere le stesse di prima con un bambino in più. Che siamo completamente altro da quello che eravamo e che non c’è più spazio per le certezze organizzative. Ma possiamo comunque fare molto. Basta dare il meglio in quello che possiamo fare. Bisogna essere resilienti.

Ci dice Wikipedia che “la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.
Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.”

Quello che ho fatto è stato proprio questo: accettare i miei limiti e investire le energie sul come affrontarli, superarli o almeno avvicinarmici, anzichè arrabbiarmi o incolparmi per non essere perfetta. L’ho fatto studiando, studiandomi, avendo ben chiaro l’obiettivo e indirizzando ogni azione verso l’immagine che avevo di me, con onestà e coerenza.

Molto di ciò che ho scrivo in questo blog non è altro che il racconto pezzo pezzo di questo percorso, di come ho affrontato e provato a risolvere le crisi, di quello che ho imparato e delle visioni che sto inseguendo. E di come l’essere mamma ha contaminato e migliorato il mio lavorare e viceversa.

7 pensieri su “E’ solo questione di onestà e coerenza

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