È solo questione di apertura e accoglienza

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Ogni pensiero vola

Per quanto intelligente e giusta ci possa sembrare, non dobbiamo mai inchinarci a una risposta. […] Chi si inchina si piega. Non devi mai piegarti davanti a una risposta. […] Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle.
Solo una domanda può puntare oltre.

(Jostein Gaarder, “C’è nessuno?”)

Nell’era dell’informazione, “non lo so” non si può sentire. Peggio ancora il “da che mondo è mondo si fa così”.
Certo, il cambiamento e l’ammissione del non sapere sono probabilmente le cose che spaventano di più, tutti.
Quante volte abbiamo fatto finta di sapere qualcosa, annuendo con convinzione a chi ci stava parlando, non sapendo un’emerita cippa di cosa stesse dicendo? Perchè ammettere che non sappiamo qualcosa ci fa sentire in difetto, non all’altezza. Calci all’autostima.
Poi magari, santa Wikipedia, siamo corsi ad informarci per saperne di più, per non farci più trovare impreparati. Oppure siamo rimasti lì, fermi nella nostra ignoranza.

Abbiamo il privilegio di poterci informare liberamente, per metterci nella condizione di scegliere quello che crediamo meglio. E possiamo confrontarci facilmente con chiunque, per ascoltare esperienze e interpretazioni diverse della stessa idea.
Ma siamo vittime delle risposte che non vogliamo sentire, e soprattutto delle domande che non vogliamo porre, soprattutto a noi stessi.

Quando diventi mamma ti pare di sapere tutto, poi capisci che non sai niente. Ma soprattutto capisci che intorno a te tutti sanno tutto. Chi non ha figli sa per certo che per farli dormire bisogna fare così. Chi non ha mai allattato ha il consiglio giusto per il tuo allattamento. Chi ha avuto la sua esperienza di genitorialità, ti dà l’unica, assoluta e inestimabile Verità. È vero tutto. E il contrario di tutto.

Dopo che il tuo cervello è stato frullato bene bene, se non sei diventata adepta di una delle guide spirituali che ti si sono presentate nel post parto, rinsavisci e capisci che essere informati, confrontarsi con gli altri ed esercitare lo spirito critico, sono tre elementi, tutti fondamentali, per vivere la genitorialità (e non solo) nel migliore dei modi e non crescere figli come crescono le querce (cioè come viene viene, praticamente da sole).

Apertura e accoglienza, quindi. Ammettere ed essere consapevoli che la nostra conoscenza è limitata, e che quindi dobbiamo aprirci, informarci, chiedere quello che non sappiamo, cercare le risposte. E al tempo stesso dobbiamo accogliere: le esperienze che gli altri vogliono condividere con noi, i consigli (sempre non richiesti), gli attacchi, le critiche e i giudizi. Poi mettiamo in campo il nostro benedetto spirito critico, facciamoci le domande su noi stessi, chiediamoci quanto ci sia di vero, quanto invece è viziato da visioni personali, quanto certe teorie si sposino con il nostro stile di vita, e quante invece dobbiamo lasciarle andare perchè non ce la faremmo a seguirle. (Lasciare andare, che rivelazione, se riesco ve la racconto, prima o poi!)

Non viviamo ogni cosa che ci viene detta come un giudizio negativo. Se può servirci a qualcosa ben venga, prendiamone il buono, se invece è completamente distruttiva, un bel calcione e via nel secchio delle inutilità.
Ho passato i primi due mesi a sentirmi inutile e incapace, perchè non riuscivo a combinare niente e c’era chi non mancava di sottolinearlo “Eh ma io che ero sola, allora, come facevo secondo te?”. Ci sono stata male, mi sono messa in discussione più e più volte, sono andata in crisi e poi ho capito.

Che molto spesso le persone hanno bisogno di far sentire in difetto gli altri, per sentirsi bene con se stessi. E ancora più spesso non se ne rendono conto.

Che la memoria è corta, e i ricordi si ‘abbelliscono’ sempre. Com’è che si dice? ‘La montagna è bella nel ricordo‘. Finchè sei lì sbocchi sangue tra salite e sudore e fiatone, poi il giorno dopo ti ricordi solo i panorami e i respiri a pieni polmoni, e sì, forse un pochino di fatica salendo, ma niente di che. Con la maternità è così.
E forse è anche per questo che voglio fissare qui la mia esperienza. Per ricordarla davvero com’era, un domani.

Che i figli, così come le esperienze, sono tutti diversi, e unici. Che le persone sono diverse. E quindi, sempre provando a fare del proprio meglio, ognuno si trova da solo a vivere nei suoi panni e reagisce alle situazioni come può, con i suoi tempi.

Che c’è chi proprio non ci arriva, vive nell’immediatezza, nella finitezza, nella passività e sta a vedere che è pure più contento di me.

Che io ce la sto mettendo tutta, sbaglio, scivolo, mi incazzo, mi scavo, mi rivolto come un calzino e leggo, leggo, leggo più che posso, anche se mi dicono che devo smettere di farlo perchè mi riempio la testa di teorie inutili e devo ascoltare di più l’istinto materno. Io rispondo che l’istinto lo ascolto, è quello che mi permette di stare su anche quando mi sento zero, ma non ci prende sempre, l’istinto, e se è poggiato sul nulla esistenziale spesso fa di quei danni che ce lo sapremo ridire…

Che non bisogna sputare in aria perchè prima o poi ti ricasca addosso. Alias, tutte le certezze e i giudizi che vengono lanciati, che io stessa a mio tempo ho disseminato in qua e in là, torneranno a chiederti il conto, prima o poi, e capirai che allora sei stata troppo ‘chiusa’ sulle tue posizioni, che avresti fatto meglio ad accogliere quell’esperienza cercando di capirla, anzichè giudicarla usando solo te stessa e la tua esperienza come metro di giudizio.

Una volta capito questo, ti rendi conto che anche nel lavoro, se non ti evolvi pian piano invecchi, ti secchi, ti nascondi dietro il “si è sempre fatto così” e lasci che il comfort del passato si trasformi nelle reti che trattengono il presente e non lo trasformano in futuro, in miglioramento. Capisci che quando ti dicono che qualcosa non va, non è solo per criticarti o farti sentire di poco valore, ma è un’opportunità che hai per dimostrare che sai fare di meglio. E invece di avere paura degli altri, della loro esperienza e della loro bravura, dovremmo approfittare della fortuna di avere delle persone in gamba vicino per imparare il più possibile, fare nostro quello che ci piace e che potrebbe appartenerci, e lasciare alla loro unicità quello che non ci appartiene e non fa proprio parte di noi. (Perchè comunque, alla fine, è questione di onestà e coerenza verso noi stessi).

Leggi gli altri punti di questo ‘metodo’ che sto usando per provare a migliorare me stessa.

3 pensieri su “È solo questione di apertura e accoglienza

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